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Discussione: Afghanistan ...

  1. #1
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    ..dove Dio viene solo per piangere
    "Dov?? l?Inferno"? La donna nel mondo arabo tra persecuzione e resistenza
    Il libro di Siba Shakib, Afghanistan, dove Dio viene solo per piangere, Piemme, 2002, è la storia di una donna, Shirin-Gol, che in afgano vuol dire "dolce fiore", e delle sue sofferenze fin dalla nascita attraverso le atrocit? della storia, il caldo torrido dell?estate, il gelo degli inverni nelle tende, l?inferno del burka. Il suo viso, infatti, è invisibile, e da una retina Shirin-Gol guarda il mondo, affinch? non si scorga neppure una minima espressione dei suoi occhi. L?unico segno di riconoscimento di una donna sono le sue scarpe sotto il velo blu plissettato che le toglie qualsiasi tratto umano, fantasma vivente senza umanit? e a cui ogni umanit? è negata.
    Shirin-Gol, come migliaia di donne afgane, e di donne degli Stati Islamici, ha perso tutto, tranne la fame, la paura, la malattia, l?assenza di una patria, la fuga, i campi profughi, ha seppellito figli e figlie, i propri genitori, i propri mariti. Ha visto i propri bambini mutilati, con un solo braccio, una sola gamba, senza un occhio, denutriti, malati, ha visto i propri parenti uccidersi l?un l?altro. La sua è una storia di quotidiana follia, non personale ma collettiva.
    Questa è la sua storia: appena nata, sua madre la chiam? "dolce fiore", contenta che fosse una femmina, perchè avrebbe avuto bisogno di poche attenzioni e l?avrebbe aiutata in casa. Fosse stato un maschio, invece, l?avrebbe dovuto vezzeggiare, organizzare una festa per la sua nascita, ammazzare una pecora e pagare il mullah per la circoncisione, e poi ancora perchè gli insegnasse il Corano. Ma Allah misericordioso le aveva mandato solo una femmina. In verità il suo primo figlio era stato maschio, la sua fortuna, in modo che suo marito potesse sentirsi un vero maschio e non sentisse il dovere di romperle i denti, o di rispedirla a casa di suo padre. La madre di Shirin-Gol ha undici figli, di cui "Dolce Fiore" è la settima. La bimba cresce seduta all?ombra, in un cantuccio di terreno sabbioso nella capanna di fango, osservando i genitori e i fratelli a lavoro nel piccolo campo della famiglia. A due anni si alza da sola, impara osservando casa debba fare nella vita: non dare nell?occhio, lavorare, obbedire all?uomo. Quando la bambina ha tre anni, sua madre partorisce due gemelli, che vengono messi direttamente nei suoi braccini di bimba e la impegnano giorno e notte fino ai cinque anni. Allora i Russi invadono il paese, un missile arriva vicino alla capanna di Shirin-Gol: prima c?erano gli Inglesi ora i Russi contro la resistenza dei mujahedin. Il padre di Shirin-Gol e i fratelli maggiori salgono per combattere sulle montagne, da cui non torneranno, o torneranno devotissimi alla spar?a. Davanti al corpo dilaniato di uno dei figli, la madre di Shirin-Gol muta improvvisamente in bianco, nel corso di una sola notte, il nero dei suoi capelli. Il giovane è morto come shahid, martire delle mire occidentali. Shirin-Gol ha una sorella maggiore con una voglia sulla guancia, la famiglia sta morendo di fame, e così, quattordici giorni dopo la morte del fratello, la ragazza si dipinge gli occhi di kajal e le labbra di rosso: va già in paese perchè i russi cercano compagnia, la ragazza uccide i suoi quattro "clienti" mentre sta insieme a loro e ruba quattro kalashnikov, una cassetta di bombe, quattro paia di pantaloni, quattro caschi e un cavallo. Il giorno dopo anche l?altra sorella va in paese, e torna dicendo:"Questa volta erano solo due". I russi cominciano ad aver paura delle ragazze afgane, di diciotto, diciannove anni, come loro, ragazzi strappati alle loro case, al buon piatto di borsctsch, alla loro fidanzata, e che ora si ritrovano sull?Hindu Kush, a 7000 metri di altezza, ma hashish e oppio, insieme ai lunghi capelli neri delle afgane, fanno dimenticare molte cose. I russi attaccano i villaggi, violentano le donne, scagliano feti sulla sabbia, tranciano le teste dai corpi dei bambini. Shirin-Gol vede violentare le sue sorelle, e vede loro uccidere i loro violentatori. Dopo quelle terribili notti la sorella con la voglia sulla guancia ha il corpo pieno di djim, di spiriti maligni: siede tranquilla, quando all?improvviso comincia ad urlare, piangere, le viene la schiuma alla bocca, digrigna i denti, si strappa i capelli. La guerra l?ha fatta impazzire. Il padre di Shirin-Gol non parla più; si è chiuso nel silenzio dopo aver saputo ciò che è accaduto alle sue figlie, non guarda più nessuno in viso e tace per sempre. Shirin-Gol osserva gli elicotteri Antonov che bombardano dal cielo: in pochi attimi tutte le capanne sono macerie, poi, dai carri armati, i russi piombano sulle case e uccidono chiunque sia ancora vivo. La famiglia di Shirin-Gol riesce a salvarsi, ma ha perso la propria casa, allora è costretta a partire per Kabul, sotto amministrazione russa. Gli uomini sono costretti ad andare a combattere dalla parte dei russi, i bambini e le bambine devono andare a scuola perchè alla famiglia sia dato del denaro, alle donne è proibito di portare il velo. Il padre di Shirin-Gol non risponde nulla, ma dentro di sò non accetta affatto quelle novit?. A Kabul la famiglia va a vivere in una casa in muratura dotata di servizi e Shirin-Gol e i suoi fratelli vanni a scuola. In quegli anni trascorsi in citt? Shirin-Gol comprende che l?infanzia è fatta di tutte quelle cose che lei non ha conosciuto: giocare, parlare senza permesso, non indossare il velo, non dover tenere sempre in braccio i fratellini. Di quel periodo le rester? forse l?unico ricordo bello della sua vita: la gita al lago di nascosto dalla madre, con la sua amica Malalai e due ragazzi, all?inizio della pubert?. Ma il giorno dopo, a casa di Shirin-Gol si reca a chiederla in moglie Morad, "Il desiderio", compagno di lotta di suo fratello maggiore. Morad ha giocato a carte con l?amico, che, non potendogli pagare il debito di gioco, gli offre in sposa quale preferisca tra le sue sorelle. Egli dice semplicemente a Shirin-Gol:"Sono venuto per sposarti: tuo fratello ha deciso così. Andiamo subito dal mullah". Due ore dopo sono sposati, Morad è deluso solo dal fatto che Shirin-Gol sappia leggere e scrivere, e non le permette più di andare a scuola. "Voglio diventare medico" dice Shirin-Gol, Morad sorride, accende una sigaretta e fa finta di dormire. Ma la notte seguente quattro uomini un uniforme portano via Morad: deve arruolarsi con i russi contro i mujahedin. Il mattino dopo Shirin-Gol torna a scuola, senza raccontare a nessuno di essersi sposata. Ma è incinta, nove mesi dopo partorisce una bambina, Nur-Aftab "Luce del sole". Un anno dopo ricompare Morad, non è più quello di prima, ha lo sguardo vuoto, piange, trema, farfuglia parole senza senso, dice a Shirin-Gol:"Domani devo ripartire, ma tu promettimi che diventerai medico: ci stiamo svendendo ai russi per la nostra ignoranza e la nostra povert?. Siamo un popolo di ciechi". Morad parte, Shirin-Gol piange per lui, per i suoi quattordici anni, per la figlia che non conosce il padre. I russi rimangono in Afghanistan dieci anni: quando la guerra finisce sulle montagne, allora arriva a Kabul: musulmani contro musulmani, uomini squartati, donne violentate, feti strappati, tutto l?orrore di una guerra fratricida. Quello che i russi non hanno distrutto, lo distruggono gli afgani, anno dopo anno, finch? ecco arrivare i talebani, la famiglia di Shirin-Gol riesce a fuggire in Pakistan appena in tempo. Migliaia di profughi si assiepano al confine, sotto vecchi container. Molte donne giovani si prostituiscono, offrendosi ai funzionari pakistani per non morire di fame, la gente sopravvive facendo il contrabbando, anche bambini di soli tre anni passano il confine portando sulla testa pesi enormi: piloni, tubi d?acciaio.
    Passato il confine, Shirin-Gol e la sua famiglia lasciano la strada asfaltata per sfuggire alle bande pakistane, preferiscono passare per le aree tribali, vicino a Peshawar. Qui due sole cose si vendono nel bazar: eroina ed armi. Si vive di carne di montone, oppio ed hashish, molti ragazzi sono mutilati alle gambe o ad ambo le braccia, spesso amputate senza uso di anestetico, a causa delle mine antiuomo, che piombano già dal cielo variopinte come farfalle per attrarre i più piccoli. Shirin-Gol riposa presso una locanda dove, per avere un pezzo di pane, c?? bisogno della tessera, e vigono le più rigorose leggi della shar?a. Qui, per puro caso, ritrova Morad, che vive facendo il contrabbandiere. Alloggiano nella tenda di un campo profughi dove Shirin-Gol cerca di insegnare ai bambini a leggere e a scrivere, ma i mullah glielo impediscono. Morad intanto è sempre più debole e stanco, comincia allora a fumare oppio, un giorno ruzzola già dalla montagna con un frigorifero legato alle spalle, viene ritrovato con una gamba spezzata, le braccia sanguinanti, ferito alla testa e al petto. Bisogna portarlo in ospedale e trovare il denaro per curarlo. Intanto i figli di Shirin-Gol, Nur-Aftab e il piccolo Nasser, che nel frattempo è nato, hanno fame, un pakistano chiede che gli sia venduta Nur, ma Shirin-Gol rifiuta. Poi si reca a Peshawar, a chiedere aiuto al capo dei contrabbandieri per il quale lavorava Morad, questi le chiede in cambio dei rapporti amorosi. La donna acconsente, lo fa per i suoi figli, per non doverli vendere sul mercato degli schiavi bambini, acquistati dai pedofili pakistani. Per tutta la vita Shirin-Gol ricorder? il generoso capo dei contrabbandieri, del quale gli resta una figlia, Nafass, "Respiro". Morad intanto esce dall?ospedale, accettando con rassegnazione la presenza della piccola, intanto ha dolori forti e continui, e continuamente chiede oppio. Shirin-Gol un giorno, mentre si reca al bazar viene colpita con il manganello e violentata da tre poliziotti pakistani. Per alcuni giorni resta in stato di shock, non riesce a parlare, ed è la vicina Bahara a prendersi cura dei suoi figli, a lavare la donna, a rifarle le trecce, incoraggiandola a riprendere a vivere. Shirin-Gol decide allora di tornare in Afghanistan, si accorge di essere anche incinta di un quarto figlio, forse frutto della violenza ricevuta. Attraverso il gelo delle strade di montagna, non sa dove dirigersi con i suoi bambini, finch? arriva presso un villaggio di otto capanne, sull?Hindu Kush. Qui la gente è ospitale, offre a Shirin-Gol l?antica casa del mullah. E? un periodo favorevole nella vita di Shirin-Gol, insegna ai bambini e scrive lettere per gli altri, ha anche la possibilit? di leggere qualche libro. Conosce Abine, sposa bambina di undici anni, al suo secondo figlio, che rischia di morire di parto; Shirin-Gol la salva praticandole un?episiotomia con una falcetta disinfettata nel fuoco. Il successivo autunno anche Shirin-Gol d? alla luce suo figlio Nabi, ma un giorno anche quel villaggio viene bombardato e messo a fuoco, vengono sotterrate delle mine per renderlo inabitabile. Abine e i suoi figli vengono uccisi, sventrati. Shirin-Gol si ritrova di nuovo costretta a partire, va in Iran: dopo quattro giorni e notti di marcia lei e la sua famiglia arrivano in un villaggio, dove riposano presso una locanda, qui sono ben accolti dal proprietario, e Morad trova un lavoro. L? Shirin-Gol conosce Azadine, che in Iran ha terminato gli studi, medico, una donna buona e generosa, che cura anche chi non pu? pagarla, confidando nell?aiuto di Dio. Quando ha un po? di denaro, lo regala ai pazienti più bisognosi. Anche il mullah ha rispetto di lei, bench? le ripeta spesso che bisogna che lei si sposi, perchè "una donna non pu? vivere da sola, senza la protezione di un uomo". Shirin-Gol diventa la segretaria di Azadine, ma è decisa a continuare il suo viaggio verso l?Iran. L? è pensa è c?? la pace, e i genitori trattano in modo uguale i figli maschi e le femmine, quand?ecco che anche nel villaggio arrivano i talebani del mullah Omar. Nur-Aftab si innamora di uno di loro e lo sposa, separandosi dalla madre che riprende la strada verso l?Iran. Shirin-Gol non sa più contare da quanti giorni e notti si trovi in cammino, trascinando i bambini e le sue povere cose, e mentendo ogni volta che i talebani la interrogano ai posti di blocco:" Non andiamo in Iran, andiamo sulle montagne, non si n? leggere, n? scrivere, non ho mai lavorato". Con i piedi scalzi e piagati, arrivano finalmente a Mashad, piena di fame, di disoccupazione, di dolore, da qui proseguono per Isfahan, dove trovano una casupola vuota, appartenuta ad un afgano che ha ormai fatto ritorno in patria. Morad trova lavoro in un cantiere e i bambini vanno a scuola, finch? un giorno non vengono scacciati, perchè immigrati illegalmente. Sono anche oggetto di razzismo: per le strade i bambini iraniani lanciano loro pietre con la fionda. Morad perde il lavoro, e, nella disperazione, fuma sempre più oppio e gioca d?azzardo, diventa un ghomarbaz, e finisce in prigione. Torna a casa dopo quaranta giorni, ma ricade in una situazione di fuori legge: contrabbanda oppio tra Afghanistan e Iran. Stavolta la polizia va ad arrestarlo a casa, e lo sottopone alla tortura, il cuore di Morad "diventa di pietra e cade in mille pezzi". Shirin-Gol, intanto, lavora come domestica, e sei mesi dopo riesce a pagare la cauzione per Morad, ma viene loro vietato di rimanere ad Isfahan. Tornano in Afghanistan, alloggiando per qualche tempo in un nuovo campo profughi gestito dall?Onu, che dona a Shirin-Gol otto sacchi di grano e un contenitore per l?acqua. "Dolce Fiore" torna al suo antico villaggio, e "fortunata": ha un po? di grano, un tappeto, qualche dollaro, un contenitore nuovo per l?acqua e ha letto tre libri e mezzo. Ritrova la sua casa, semidistrutta, e il padre malato, costretto a letto, la madre è morta. Uno dei suoi fratelli ha messo un piede su una mina, ha perso la gamba e il figlio che teneva per mano, in seguito a questo sua moglie è impazzita. Morad intanto ha il cervello sempre più corroso dall?oppio, non è più lui, se ne sta rincantucciato in un angolo con lo sguardo perso nel vuoto. Ora Shirin-Gol è sola, da sola si occupa del marito tornato bambino, del fratello storpio e dei suoi otto figli, della cognata che ha perso la ragione, che vaga apatica o si spacca la testa pestandola ad un albero, forse per non vedere la fame dei suoi figli, la sofferenza di suo marito. Un giorno Shirin-Gol si reca ad Herat dove abita Nur-Aftab: la ritrova vedova, suo marito è stato fucilato dai talebani perchè ha cambiato modo di pensare e ha parlato contro di loro. Ora vive a Kabul, con il secondo marito, un talebano che l?ha sposata con la forza. Shirin-Gol allora torna a Kabul dopo tanti anni. Non è più la Kabul di prima, della sua infanzia, è una citt? devastata, sventrata dai missili, ferita dalle bombe, dalle mine, cimitero di ombre, regno di desolazione e morte, stanza della tortura, la citt? dalle moschee blu è diventata la funerea Kabul dei talebani, divorata dalla paura, abitata da fantasmi senza volto e senza corpo, burka che passano accanto, burka che parlano, le strade affollati di mendicanti coperti di polvere e di stracci, con monconi al posto di braccia e gambe, bambini che vagano nelle immondizie, solo vagamente simili a esseri umani. Per terra sono sparse ciocche di capelli: i talebani hanno rasato gli uomini in pubblico. Le cose più belle e spontanee: suonare, cantare, ridere sono proibite, agli alberi penzolano corpi di impiccati. Kabul, la citt? con quarantamila abitanti è diventata campo di mine affamate. I talebani tagliano le membra, fucilano la gente.
    Shirin-Gol si imbatte nell?orrendo supplizio di Aisha che solo ieri ha partorito un bambino, concepito mentre si prostituiva, per fame, viene condotta in un campo da gioco dove sar? lapidata. Aisha è inginocchiata a terra, solleva il velo e guarda in viso il suo giustiziere. Shirin-Gol pensa:"Questa è resistenza" e poi riflette: che far? ora quel bambino, cosa sar? di lui una volta cresciuto. A Kabul ritrova anche Azadine, che cura le donne in ospedale e di nascosto anche nella sua casa, dove si ritrovano a discutere molte donne, aiutandosi reciprocamente nella ricerca di un lavoro. Shirin-Gol dialoga con loro: i talebani le hanno private di tutto, anche dei sogni, ma è rimasta la speranza. Aiutarsi significa essere solidali e lottare contro l?isolamento, terreno fertile per le violenze dell?uomo. Ma le donne di Kabul non immaginano che molte di loro, da l? a qualche mese, moriranno sotto le bombe dei "liberatori" americani. Grazie alle sue amiche Shirin-Gol trova lavoro come cameriera a casa di una signora straniera che fa parte di un?organizzazione umanitaria americana, una donna gentile, intelligente, operosa. Nel giardino, in abiti leggeri, donne e uomini si abbracciano e si baciano in pace, e Shirin-Gol pensa: Il loro Dio sar? tollerante e buono se permette loro di fare tutto ciò senza punirli". Ella li chiama Sah?b, "padroni", i nuovi padroni dell?Afghanistan. Da dove vengono? Lavorano per l?Onu, per la Croce Rossa, per le organizzazioni non governative, sono giovani, senza troppo denaro, esoterici, democratici, alternativi, hanno sete di avventura. Ma i talebani scoprono Shirin-Gol: non pul più lavorare, n? insegnare nella scuola segreta, nell?home-school, n? vendere i tappeti che tesse. Azadine viene messa in prigione, a Shirin-Gol non resta che chiedere l?elemosina con i suoi figli. E? disperata e tenta il suicidio tagliandosi le vene, ma i suoi figli la salvano. Quattro giorni dopo ella decide: porta tutti i suoi figli in un orfanotrofio gestito dai talebani dove avranno almeno qualcosa da mangiare. Lei è di nuovo incinta, ma stavolta abortisce spontaneamente per gli stenti. Con l?aiuto di un?organizzazione straniera riesce a riprendersi i figli e parte con una carovana di nomadi per Faizabad, al di l? dell?Hindu Kush, vi arriva dopo quaranta giorni di viaggio. Qui, nelle montagne, è nata una nuova resistenza contro i talebani. Ma la schiavit? e il dolore non riguardano certo soltanto le donne del popolo: una testimonianza a proposito è quella di Jean Sasson, giornalista americana che vive da diversi anni in Arabia Saudita, autrice di Schiave, in cui racconta le vicende della principessa araba Sultana Al Sa?ud, e i soprusi e la repressione patiti dalle donne del suo paese in ogni ambito sociale. Il libro è del 1992, anch?esso incentrato su una vicenda reale. Sultana appartiene alla famiglia reale, infatti suo zio è re Fahad. Il fondamentalismo si ripercuote con effetti opposti sulle sue due figlie: Maha ed Amani, la prima finisce con l?estraniarsi dal mondo usando droghe, Amani invece diventa una imam intransigente quanto alienata. L?opera si sofferma anche sulle migliaia di vittime che miete ogni anno il pellegrinaggio a La Mecca, sul tema scottante dell?infibulazione, che spesso costa la vita, le tragiche ed indicibili violenze dentro le mura di casa, la sorte di Sameera, sepolta viva, morta a trentacinque anni dopo quindici anni di reclusione, consunta dall?orrore di una prigionia solitaria nella "stanza della donna", voluta dallo zio che aveva scoperto una sua relazione d?amore.
    C?? oggi in verità tutto un fermento nel mondo arabo, di idee, di comportamenti, che tendono a conciliare, spesso in modo molto aleatorio, il nuovo con l?antico, al di l? delle proibizioni e dell?intolleranza. Ce ne parla Lilli Gruber in Chador, Rizzoli, 2005, il cui tema fondamentale è appunto il "cuore diviso"dell?Iran. Il chador è il simbolo delle costrizioni a cui la legge islamica sottopone la donna, ma è pur vero che spesso esso è voluto dalla stessa donna, per la quale rappresenta una garanzia di protezione e libert?. L?Iran passa, a partire dal 1979 dallo Sciò a Khomeini ed al governo degli ayatollah, è un Paese bello e pieno di tragedia, ricco e pieno di ingiustizia, fino al governo di Ahmadinejad ed all?odierno braccio di ferro sulla questione del nucleare. Il libro di dimostra come vietare spesso significa sortire l?effetto contrario, tant?? vero che oggi i giovani iraniani sono molto simili ai loro coetanei occidentali, con la differenza che laddove si impedisce l?incontro di ragazze e ragazzi, fioriscono le tendenze omosessuali, laddove la droga si proibisce è più richiesta, laddove si richiede la verginit?, gli studi dei chirurghi plastici sono affollatissimi, laddove si frustra il desiderio, le peggiori depravazioni sono praticate fino mietere vittime, laddove si impedisce di pensare, si radica la follia, laddove non si pu? ridere in strada, lo si fa di nascosto, perchè ridere fa sempre bene, e l?essere umano non pu? sempre e solo piangere.
    http://www.heliosmag.it/2006/4/barreca.htm


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  3. #2
    Senior Member L'avatar di bai
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    Il PDPA, ............., mise in atto un programma di governo ......... che prevedeva principalmente una riforma agraria che ridistribuiva le terre a 200mila famiglie contadine, ed anche l'abrogazione dell?ushur, ovvero la decima dovuta ai latifondisti dai braccianti. Inoltre fu abrogata l'usura, i prezzi dei beni primari furono calmierati, i servizi sociali statalizzati e garantiti a tutti, venne riconosciuto il diritto di voto alle donne e i sindacati legalizzati. Si svecchi? tutta la legislazione afghana col divieto dei matrimoni forzati, la sostituzione delle leggi tradizionali e religiose con altre laiche e .......... e la messa al bando dei tribunali tribali. Gli uomini furono obbligati a tagliarsi la barba, le donne non potevano indossare il burqa, mentre le bambine poterono andare a scuola e non furono più oggetto di scambio economico nei matrimoni combinati...


    ...Si avvi? anche una campagna di alfabetizzazione e scolarizzazione di massa e nelle aree rurali vennero costruite scuole e cliniche mediche....





    chi ha impedito tutto questo?


    roberto
    volete far fruttare i vostri risparmi?
    piantate alberi di noce, farete ricchi voi e altri



  4. #3
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    Mah siamo ormai inflazionati da questo genere di lettura... tutto cominciò con Vendute (a mio avviso il migliore)... poi via via una montagna di titoli... ne ho letti altri di altre autrici... sinceramente, per me, è subentrata inevitabilmente una crisi di rigetto. Ora bisognerebbe ogni tanto avere la capacit? di guardare le cose da più punti di vista... e non rimanere inchiodati sui luoghi comuni... sul sentito dire...sull'uso strumentale delle vicende e prendere atto che in Paesi come l'Afghanistan alcune usanze, da noi occidentali definitebarbare, possono diventare un salvavita:


    Barbara Walters, famosa giornalista televisiva americana ha condotto uno studio sui ruoli maschili e femminili a Kabul in Afghanistan, alcuni anni prima del conflitto afgano.
    Ne è risultato tra le tante cose, che le donne per tradizione camminano 5 passi dietro al marito.
    Recentemente è tornata a Kabul ed ha osservato che le donne continuano a camminare dietro ai loro mariti.
    Il regime dei talebani ha fatto sò che camminino adesso ancora piu distanziate dai loro uomini, ma quello che lascia perplessi è che le donne sembrano felici di mantenere la vecchia tradizione.
    La signora Walters ha allora avvicinato una delle donne afgane e le ha domandato:
    - Come mai sembrate felici di questa vecchia tradizione che una volta avete cercato con tanta determinazione di cambiare?
    La risposta fu immediata e senza esitazione:
    - Le mine.


    Morale: dietroall'idioziadei guerrafondai e dialcuni uominic'è sempre una donna intelligente.


    Anna Luisa



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