<h2>della libertà di stampa in Italia.</font>
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</h2><h2>Italia – Rapporto mondiale sulla libertà di stampa 2009 </h2>






<div ="post-byline">Articolo di Società cultura e religione, pubblicato venerdì 1 maggio 2009 in Francia.</div>



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[Reporters sans frontières]



Tra un progetto di riforma liberticida e le minacce della mafia, la
situazione della libertà di stampa in Italia preoccupa sempre più i
vicini europei. </span>L’influenza delle organizzazioni mafiose sul settore
dei media si rinforza e obbliga una gran parte dei giornalisti alla
prudenza. Il ritorno al potere di Silvio Berlusconi pone nuovamente la
questione dell’accentramento dei media audiovisivi e del loro controllo
da parte del potere esecutivo. Le riforme legislative intraprese
riguardo alla pubblicazione di certi atti processuali costituiscono
inoltre un’evoluzione incompatibile con gli standard democratici
dell’Unione europea.


I giornalisti che indagano sulle attività mafiose e la criminalità
organizzata, in particolare nel sud della penisola, lo fanno sempre a
loro rischio e pericolo. Una decina di loro (tra cui Roberto Saviano,
Lirio Abbate, Rosanna Capacchione, ecc.) vive ancora sotto scorta. Un
fenomeno che tocca oggi anche il mondo dello sport, dove numerosi
giornalisti calcistici sono vittime di minacce da parte di gruppi di
tifosi violenti, che si esprimono sempre più spesso negli stadi con
canti e striscioni.


I mezzi di ritorsione contro la stampa sono diversi: </span>automobili o
porte di casa incediate, lettere di minaccia, pressioni sulle famiglie,
questi sono i “consigli” dati a coloro che si ostinano a denunciare il
cattivo funzionamento della società italiana. Il potere dei gruppi
mafiosi sui media è divenuto tale che hanno raggiunto nel 2009 la lista
dei predatori della libertà di stampa.


Situazione atipica all’interno dell’Unione europea, il primo
ministro Silvio Berlusconi detiene ancora il controllo, da una parte
sulle tre reti televisive pubbliche RAI, e dall’altra, sul principale
gruppo radiotelevisivo privato nazionale Mediaset. Una predominanza che
amplifica le ingerenze politiche nell’editoria, e che favorisce
l’auto-censura di una parte della professione.</span>


La televisione, che rimane la principale fonte d’informazione per
l’80% della popolazione, attira inoltre la maggior parte dei guadagni
pubblicitari nazionali. La legge promulgata dal ministro Gasparri ha
annullato ogni limite nell’istituzione delle quote di ripartizione
delle entrate pubblicitarie, aprendo la porta a un “riafflusso” a volte
massiccio dei budget verso le reti televisive nazionali, in particolare
verso le reti appartenenti alla famiglia Berlusconi.


Restano altri problemi ricorrenti, quali l’accesso alla professione,
che rimane molto regolamentato. In Italia, per diventare giornalisti,
bisogna passare un concorso e iscriversi obbligatoriamente ad un ordine
professionale. La diffamazione è ancora reato e l’accesso ai dati
pubblici o privati resta, di fatto, non rispettato.


Il nuovo progetto di legge sulla pubblicazione degli atti
giudiziari, ancora sotto esame, minaccia profondamente il giornalismo
d’investigazione. La riforma del codice prevede in effetti il divieto
di pubblicare numerosi atti giudiziari, in particolare le
intercettazioni telefoniche ordinate dalla procura, fino alla fine
delle inchieste in corso. Il divieto di pubblicazione riguarda inoltre
il lavoro delle commissioni d’inchiesta.</span>


Se tale progetto di legge dovesse essere adottato, come conseguenza
i giornalisti si troverebbero nell’incapacità d’informare l’opinione
pubblica su eventuali arresti, sequestri o perquisizioni ordinati dai
magistrati.</font>


La pubblicazione di atti, di conversazioni o di
comunicazioni – la cui distruzione è stata ordinata dalla procura –
rimarrebbe vietata. In caso di violazione di questo segreto, il
giornalista, o il mezzo incriminato, rischierebbe pene di detenzione,
multe molto pesanti e l’interdizione all’esercizio della professione
per tre mesi.</div>