Cookie Policy Privacy Policy UNA STORIA A LIETO FINE



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  1. #1
    jasmin
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    STORIE DI DISABILI - Scopre da sola la malattia e ritorna a camminare dopo 23 anni.


    La storia di Stefania, 23 anni sulla sedia a rotelle per una diagnosi sbagliata.
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    ?Impossibile immaginarsi 23 anni da disabile, invalidit? al 100 per cento, 8.395 giorni aggrappati a una vita in salita.
    Le lunghe attese imbarazzate dietro il banco alle elementari, quando squillava la campanella di fine lezioni: ?Prima di andarmene aspettavo sempre che uscissero tutti. Mi vergognavo. Per fare pochi passi ci mettevo un?eternit?.
    Alle superiori i momenti più bui, molti ridevano vedendomi camminare. Non volevo più uscire di casa. Non riuscivo ad accettarmi?.

    Finch? una mattina, una delle tante passate seduta davanti a Internet, Stefania ha provato a digitarle sulla tastiera quelle parole che l?avevano inchiodata all?immobilit?.
    Eccole l?, due sole, quindici lettere: sospetta atassia. Per accorgersi che tutto ciò che leggeva sui siti non c?entrava niente con lei. Sintomi differenti, progressi della malattia in cui non si riconosceva. Cosò Stefania si stampa tutto e si ripresenta dai medici: ?Fatemi l?esame del Dna. Il mio male è un altro?. Aveva ragione. E, quel che è straordinario, le è bastata una pastiglia per curare in poco tempo la vera malattia da cui era affetta e tornare a camminare ?come avete sempre fatto voi, un passo dopo l?altro, senza problemi?.
    Dopo quegli 8.395 giorni in salita è cominciata la discesa verso la vita vera. Ma alle salite Stefania ormai si era abituata.
    E allora quelle gambe tornate scattanti ha deciso di farle arrampicare sulle sue montagne della Val d?Ossola.
    Ma dopo 23 anni di immobilit? mica pu? bastare. Per placare la sua ansia di vitalit? ritrovata ha voluto scalare le montagne del Nepal. Ora sò, è tranquilla. In pace con se stessa e con gli altri. Nessun rimpianto, nessun rancore. Oggi, la sua vita normale Stefania Vanini la trascorre a Baceno, un paesino di 954 abitanti a venti chilometri da Domodossola. Aria frizzante di montagna, sole, silenzio. E ricordi. All?inizio c?? Stefania bambina, che muove i primi passi, e non sono passi come quelli degli altri: ?Camminavo sulle punte, tutta piegata sulla destra. Andavo avanti, e poi indietro, come i gamberi?. Si cominciano ad interpellare i medici delle vallate. Nessuno sa spiegare cosa succede.
    A nove anni il ricovero all?Istituto Besta di Milano, specializzato in malattie neurologiche. Dalla Tac non risulta nulla.
    Ma una diagnosi alla fine di tanti esami arriva: ?Sospetta atassia spastica familiare?. La dottoressa che l?ha in cura le spiega che le sue condizioni sarebbero peggiorate col passare del tempo, i nervi si sarebbero contratti, fino ad arrivare all?immobilit? totale. Parole difficili da accettare che assomigliano troppo ad un?agghiacciante condanna. Di quei tempi di ragazzina le tornano alla mente le gite scolastiche. ?Le foto di gruppo, le odiavo.
    Cercavo di mettermi in piedi, appoggiandomi a qualcuno dei miei amici. Non volevo che si vedesse la sedia a rotelle. Mostrarla era come immortalare la mia sconfitta?. Le scappa un sorriso pensando alle foto ricordo che si fa scattare adesso: in piedi, in montagna, su qualche cima conquistata con gli scarponcini da trekking.
    Sul viso le passa un?altra nuvola di ricordi, stavolta è alle superiori: ?Non riuscivo ad accettarmi. Passavo la giornata a guardare le partite di calcio alla tv?. La famiglia, gli amici veri hanno capito che da sola non ce l?avrebbe fatta: ?Mi hanno fatto reagire.
    Mi accompagnavano dappertutto: a scuola, in discoteca, in viaggio?. Non era sola, per fortuna, neanche quel giorno in cui la cacciarono da una pizzeria: ?Camminavo tutta storta e il proprietario ha pensato fossi una drogata. Morale: mi ha buttata fuori dal locale. Quando gli ho spiegato che ero disabile, anzich? scusarsi mi ha urlato addosso "Noi agli handicappati la pizza la diamo gratis!".
    S?, quella volta ho pianto. Proprio io che non mi lascio mai avvilire da niente e nessuno... ?.
    Gi?, perchè la storia della sua malattia è anche quella di un?invincibile determinazione. Che la porta ad allenarsi giorno dopo giorno fino a partecipare ai giochi per disabili in tre specialit?: lancio del peso, del giavellotto e del disco. E poi i viaggi, con l?inseparabile sedia a rotelle: l?Egitto, la Norvegia, un mese intero di California.
    Poi un giorno, navigando su Internet, la voglia di capirne di più di quella sua ?sospetta atassia?. ?Mi sono imbattuta in un sito che parlava dell?esame del Dna, diceva che con quello era possibile risalire alle origini di un male come il mio?. Ha già 30 anni quando torna al Besta e si sottopone a quell?analisi, venti anni prima neppure ipotizzabile. ?Torna tra due anni, ti diremo se abbiamo trovato qualcosa? le dicono i medici. ?Ci ho sperato, ma per tutto quel tempo ho tentato di non farmi illusioni?.
    Due anni dopo, siamo nell?ottobre del 2002, Stefania chiama l?istituto: ?Sei positiva alla distonia responsiva alla levodopa, hai buone probabilit? di migliorare? le spiega la neurologa Paola Soliveri.
    La sua malattia è un morbo raro, ma curabile. Per guarire basta una pastiglia al giorno, il ?madopar?, un farmaco utilizzato anche dai malati di Parkinson. ?Ho provato una sensazione pazzesca, inimmaginabile. Solo qualche ora dopo aver preso la medicina cominciavo a camminare. Mi appoggiavo al muro, come ero abituata, ma più andavo avanti più mi rendevo conto che quel muro non mi serviva più. Potevo farcela da sola. A quel punto mi è presa la paura di addormentarmi: temevo di stare dentro a un sogno e che al risveglio sarebbe svanito tutto?.
    Invece, sette mesi dopo, grazie anche alla fisioterapia per riabituare i muscoli fermi da troppi anni, Stefania ha ripreso a camminare come tutti. E ha potuto realizzare i suoi due grandi sogni fino ad allora impossibili: un trekking in Nepal e due settimane da volontaria con i bambini del Kosovo. Ha mantenuto il suo lavoro in Comune ma il suo contratto non è più il part time destinato alle ?persone svantaggiate?. E? una dipendente come gli altri, l?invalidit? al 100% solo un ricordo. ?I medici legali non ci credevano, mi hanno fatto un sacco di domande?, ride con la felicit? negli occhi. E con lo stesso sguardo racconta la sua impresa più bella: ?La traversata di cinque ore Severo-Veglia insieme a mio zio, guida alpina. Per 23 anni l?ho pensata ogni giorno come un sogno impossibile, in cinque ore era tutto fatto. Ora nella mia testa c?? solo il Per?, la meta del mio prossimo trekking?.



  2.      


  3. #2
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    Per fortuna, ogni tanto, a qualcuno tocca....



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