[Les Echos]
A Roma, il caso Woerth-Bettencourt è un buon argomento di conversazione durante le cene in città.
Occupa pagine intere sui giornali, appare in posizione di rilievo nei
telegiornali. E fa sorridere. Perché ci sono tutti gli ingredienti per
un facile confronto. Un conflitto di interessi politico-finanziario, un
presunto finanziamento illegale del partito politico, uno scudo fiscale
da cui i grandi patrimoni traggono i maggiori benefici, intercettazioni
telefoniche controverse e, per finire, i media trattati da «fascisti» e
da «trotskysti».
Parrebbe di essere… in Italia! Antologia delle riflessioni sentite in
questi ultimi giorni: «A ciascuno il suo turno!», «Voi francesi non
siete più puliti di noi», «Sarkozy e Berlusconi, la stessa cosa». A
discolpa di coloro che le pronunciano, queste frasi suonano come una
risposta ai sarcasmi con cui gli stranieri li sfiniscono da quando il
diabolico Cavaliere è sceso nell’arena politica, già più di quindici
anni fa.
Se non fosse per la gravità dell’argomento, se ne potrebbe in effetti
sorridere facendo buon viso a cattivo gioco. Salvo che il paragone non
sta in piedi dieci secondi.
Dimentichiamo i processi per corruzione, frode fiscale, falso in
bilancio, appropriazione indebita e riciclaggio di denaro di Silvio
Berlusconi, o i suoi scandali sessuali che erano in prima pagina un anno
fa, e guardiamo invece quello che è successo nel periodo recente.
In poco più di due mesi, tre ministri sono stati costretti a dare le
dimissioni. Prima quello allo sviluppo economico, che ha lasciato le sue
funzioni all’inizio di maggio. Secondo molteplici testimonianze
raccolte dalla giustizia, Claudio Scajola sarebbe stato uno dei
principali artefici di un sistema di appropriazione indebita di denaro
pubblico destinato a lavori realizzati dalla Protezione Civile per conto
dello Stato.
Grazie al suo intervento un costruttore, Diego Anemone, avrebbe
ottenuto appalti pubblici esorbitanti e gli avrebbe in seguito versato
900.000 euro per comprare un appartamento di 200 mq, con ampia vista sul
Colosseo. Nell’elenco quindi, fatti presunti di corruzione e di
arricchimento personale. Secondo esempio, quello di Aldo Brancher, un ex
dirigente Fininvest, la holding della famiglia Berlusconi.
Questi ha gettato la spugna il 6 luglio, soltanto tre settimane dopo
essere stato promosso da semplice sottosegretario di Stato con delega
alla Decentralizzazione al rango di ministro senza portafoglio. Uno
status che lo poneva di fatto sotto la protezione di una nuovissima
legge, detta «del legittimo impedimento», grazie alla quale un membro
del governo può rifiutare di recarsi in tribunale, se convocato, a causa
della sua agenda fitta di impegni.
Aldo Brancher non aveva impiegato più di cinque giorni per ricorrere a
questo testo e tentare di sfuggire al processo Antonveneta, nel quale è
indagato, con sua moglie, per ricettazione e appropriazione indebita. È
stato necessario un richiamo del Presidente della Repubblica, Giorgio
Napolitano, perché l’interessato si rassegnasse a recarsi all’udienza
rinunciando al suo posto.
Il terzo ha dato le dimissioni mercoledì 14 luglio. Si tratta di
Nicola Cosentino, che era segretario di Stato all’Economia nel ministero
delle Finanze di Giulio Tremonti. Già indagato per complicità con la
mafia napoletana in un traffico di rifiuti tossici, è appena stato
accusato di «associazione a delinquere».
Che cosa gli viene contestato? Di aver contribuito a creare
un’associazione segreta con lo scopo di manipolare eletti e magistrati,
associazione che avrebbe fatto pressione sulla Corte Costituzionale,
nell’ottobre 2009, per convincerla a mentenere l’immunità penale di
Silvio Berlusconi.
Altre due personalità vicine al capo del governo sarebbero implicate
in questa nuova storia: Denis Verdini, che gioca il ruolo chiave di
«coordinatore» all’interno del Popolo delle Libertà, il partito al
potere, e Marcello Dell’Utri, ex [sic] senatore PDL ed ex presidente di
Publitalia, filiale della Fininvest, condannato nel 2004 per «concorso
esterno in associazione mafiosa» e che ha appena visto confermata la sua
pena in appello (sette anni di prigione e interdizione a vita dagli
incarichi publlici).
La lista è ancora lunga, ma vediamo ora come l’esecutivo romano tenta
di uscire da questa difficile situazione. La sua ricetta è semplice.
Poiché è sempre dalla stampa che gli italiani vengono a scoprire queste
vicende, basta impedire alla stampa di parlarne.
Così il parlamento è attualmente occupato da un progetto di legge che
limita la pratica delle intercettazioni telefoniche nelle inchieste
giudiziarie e che vieta, in modo puro e semplice, la loro trascrizione
nei mezzi d’informazione. La «legge bavaglio», come la chiamano i suoi
detrattori, prevede che i giornalisti dovranno attendere [la fine] del
processo per poterne parlare.
Vale a dire: la cappa di piombo che rischia di abbattersi sulla
Penisola, conoscendo la velocità della giustizia in Italia e il numero
di casi sepolti dalla prescrizione. Anche l’ONU protesta, vedendovi
«un’infrazione alla Convenzione internazionale dei diritti civili e
politici».
Anche qui, il paragone non ha ragion d’essere, malgrado l’ingerenza
di Nicolas Sarkozy nella vita dei media, e qualunque cosa si pensi del
caso Woerth-Bettencourt… In Italia, Silvio Berlusconi ha di certo il
potere di nominare i dirigenti della televisione pubblica. Ma, bisogna
ricordarlo, possiede personalmente, oltre ad un quotidiano, «il
Giornale», e un settimanale, «Panorama», i tre principali canali
televisivi privati, Italia 1, Rete 4 e Canale 5. E, quando afferma che
la televisione non fa correttamente il suo lavoro, irrompe
immediatamente sulla scena per monopolizzare la parola e dire la sua
verità.
Scommettiamo che il capo di Stato francese non arriverà a tanto.