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Oggetto Discussione: No, Sarkozy non è berlusconi! Posta RispostaInserisci Nuova Discussione
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SkaTTa
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Postato: 28 July 2010 alle 18:28 | IP Salvato Riporta SkaTTa

No, Sarkozy non è berlusconi!

[Les Echos]

A Roma, il caso Woerth-Bettencourt è un buon argomento di conversazione durante le cene in città.

Occupa pagine intere sui giornali, appare in posizione di rilievo nei telegiornali. E fa sorridere. Perché ci sono tutti gli ingredienti per un facile confronto. Un conflitto di interessi politico-finanziario, un presunto finanziamento illegale del partito politico, uno scudo fiscale da cui i grandi patrimoni traggono i maggiori benefici, intercettazioni telefoniche controverse e, per finire, i media trattati da «fascisti» e da «trotskysti».

Parrebbe di essere… in Italia! Antologia delle riflessioni sentite in questi ultimi giorni: «A ciascuno il suo turno!», «Voi francesi non siete più puliti di noi», «Sarkozy e Berlusconi, la stessa cosa». A discolpa di coloro che le pronunciano, queste frasi suonano come una risposta ai sarcasmi con cui gli stranieri li sfiniscono da quando il diabolico Cavaliere è sceso nell’arena politica, già più di quindici anni fa.

Se non fosse per la gravità dell’argomento, se ne potrebbe in effetti sorridere facendo buon viso a cattivo gioco. Salvo che il paragone non sta in piedi dieci secondi.

Dimentichiamo i processi per corruzione, frode fiscale, falso in bilancio, appropriazione indebita e riciclaggio di denaro di Silvio Berlusconi, o i suoi scandali sessuali che erano in prima pagina un anno fa, e guardiamo invece quello che è successo nel periodo recente.

In poco più di due mesi, tre ministri sono stati costretti a dare le dimissioni. Prima quello allo sviluppo economico, che ha lasciato le sue funzioni all’inizio di maggio. Secondo molteplici testimonianze raccolte dalla giustizia, Claudio Scajola sarebbe stato uno dei principali artefici di un sistema di appropriazione indebita di denaro pubblico destinato a lavori realizzati dalla Protezione Civile per conto dello Stato.

Grazie al suo intervento un costruttore, Diego Anemone, avrebbe ottenuto appalti pubblici esorbitanti e gli avrebbe in seguito versato 900.000 euro per comprare un appartamento di 200 mq, con ampia vista sul Colosseo. Nell’elenco quindi, fatti presunti di corruzione e di arricchimento personale. Secondo esempio, quello di Aldo Brancher, un ex dirigente Fininvest, la holding della famiglia Berlusconi.

Questi ha gettato la spugna il 6 luglio, soltanto tre settimane dopo essere stato promosso da semplice sottosegretario di Stato con delega alla Decentralizzazione al rango di ministro senza portafoglio. Uno status che lo poneva di fatto sotto la protezione di una nuovissima legge, detta «del legittimo impedimento», grazie alla quale un membro del governo può rifiutare di recarsi in tribunale, se convocato, a causa della sua agenda fitta di impegni.

Aldo Brancher non aveva impiegato più di cinque giorni per ricorrere a questo testo e tentare di sfuggire al processo Antonveneta, nel quale è indagato, con sua moglie, per ricettazione e appropriazione indebita. È stato necessario un richiamo del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, perché l’interessato si rassegnasse a recarsi all’udienza rinunciando al suo posto.

Il terzo ha dato le dimissioni mercoledì 14 luglio. Si tratta di Nicola Cosentino, che era segretario di Stato all’Economia nel ministero delle Finanze di Giulio Tremonti. Già indagato per complicità con la mafia napoletana in un traffico di rifiuti tossici, è appena stato accusato di «associazione a delinquere».

Che cosa gli viene contestato? Di aver contribuito a creare un’associazione segreta con lo scopo di manipolare eletti e magistrati, associazione che avrebbe fatto pressione sulla Corte Costituzionale, nell’ottobre 2009, per convincerla a mentenere l’immunità penale di Silvio Berlusconi.

Altre due personalità vicine al capo del governo sarebbero implicate in questa nuova storia: Denis Verdini, che gioca il ruolo chiave di «coordinatore» all’interno del Popolo delle Libertà, il partito al potere, e Marcello Dell’Utri, ex [sic] senatore PDL ed ex presidente di Publitalia, filiale della Fininvest, condannato nel 2004 per «concorso esterno in associazione mafiosa» e che ha appena visto confermata la sua pena in appello (sette anni di prigione e interdizione a vita dagli incarichi publlici).

La lista è ancora lunga, ma vediamo ora come l’esecutivo romano tenta di uscire da questa difficile situazione. La sua ricetta è semplice. Poiché è sempre dalla stampa che gli italiani vengono a scoprire queste vicende, basta impedire alla stampa di parlarne.

Così il parlamento è attualmente occupato da un progetto di legge che limita la pratica delle intercettazioni telefoniche nelle inchieste giudiziarie e che vieta, in modo puro e semplice, la loro trascrizione nei mezzi d’informazione. La «legge bavaglio», come la chiamano i suoi detrattori, prevede che i giornalisti dovranno attendere [la fine] del processo per poterne parlare.

Vale a dire: la cappa di piombo che rischia di abbattersi sulla Penisola, conoscendo la velocità della giustizia in Italia e il numero di casi sepolti dalla prescrizione. Anche l’ONU protesta, vedendovi «un’infrazione alla Convenzione internazionale dei diritti civili e politici».

Anche qui, il paragone non ha ragion d’essere, malgrado l’ingerenza di Nicolas Sarkozy nella vita dei media, e qualunque cosa si pensi del caso Woerth-Bettencourt… In Italia, Silvio Berlusconi ha di certo il potere di nominare i dirigenti della televisione pubblica. Ma, bisogna ricordarlo, possiede personalmente, oltre ad un quotidiano, «il Giornale», e un settimanale, «Panorama», i tre principali canali televisivi privati, Italia 1, Rete 4 e Canale 5. E, quando afferma che la televisione non fa correttamente il suo lavoro, irrompe immediatamente sulla scena per monopolizzare la parola e dire la sua verità.

Scommettiamo che il capo di Stato francese non arriverà a tanto.





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"I malfattori cantano "meno male che silvio c'�"".


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