| Postato: 12 February 2010 alle 05:21 | IP Salvato
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CIAO MONICA,
visto che il tuo spirito masochistico ti spinge a chiedere di leggere un altro capitolo del mio (diciamo) libro eccoti accontentata (prepara dei fazzolettini di carta per le eventuali lacrime)...
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L’INTERVENTO CHIRURGICO
Ed anche
quel giorno venne: Mario se ne accorse perché quella mattina, poco prima che
portassero la colazione, arrivò la barella che si fermò ai piedi del suo letto
ed il barelliere gli disse di salirci sopra perché doveva portarlo a fare una
visita, ma Mario capì che si trattava dell’intervento.
La prima
sensazione che provò fu un urlo di ribellione che però gli rimase dentro:
successivamente provò un’incontenibile voglia di scappare (ma come e dove se
non sapeva né correre né dove andare?), poi arrivò un senso di abbattimento e
di torpore, forse dovuto all’iniezione di pre - anestesia che gli fece
un’infermiera che gli si era avvicinata mentre lui saliva sulla barella.
Quando la
barella passò dal corridoio davanti alla sala giochi vide alcuni suoi compagni
di camerata che avevano già fatto colazione e che stavano formando la solita
comitiva per giocare, ma girò la testa per non far vedere gli occhi pieni di
lacrime, ed in cuor suo sperò che nessuno si accorgesse del suo passaggio.
Eppure sapeva che, come lui guardava gli altri passare, anche gli altri avevano
guardato lui, così come sapeva che, anche se si guardava chi passava di
soppiatto, distrattamente, si provava la sensazione liberatoria di chi pensa:
-
“Anche per oggi è andata bene: non è
toccato a me”.
Il
portantino procedeva speditamente spingendo la barella attraverso corridoi che
Mario non aveva mai visto ed arrivarono in breve tempo dentro uno stanzone dove
c’erano altre barelle vuote: parcheggiò barella e Mario in quello stanzone fra
altre barelle vuote, lo lasciò lì solo e se ne andò senza dire niente.
Perse le
cognizione del tempo che trascorse su quella barella: non sapeva dove fosse, né
perché lo avessero portato in quel posto, né per quanto tempo avrebbe dovuto
aspettare, né chi o cosa dovesse aspettare, anche se continuava a pensare che,
quella mattina, avrebbe dovuto subire l’intervento chirurgico.
Dal punto
in cui era parcheggiato non poteva vedere nulla perché attorno a lui c’erano
dei separé di stoffa bianca mobili, di quelli che si usano nelle camerate degli
ospedali quando si vuol visitare o medicare un paziente senza che gli altri
pazienti vicini di letto vedano.
Ogni
tanto dormicchiava, ma non poteva dormire saporitamente su quella barella
perché era troppo piccola e ad ogni movimento rischiava di cadere.
Ogni
tanto sentiva dei rumori provenire da un punto imprecisato, ma non poteva
nemmeno cercare d’indovinare cosa fossero né da dove provenissero.
Non
sapeva che cosa fare: recitò qualche preghiera raccomandandosi a S. Antonio da
Padova che, gli avevano detto, era un santo molto buono e che sicuramente lo
avrebbe aiutato in circostanze particolari. Lui non sapeva che cosa fosse una
circostanza particolare, ma dedusse che probabilmente, quella stava vivendo in
quel momento, lo era.
Poi provò
a ripetere a memoria qualche poesia che aveva imparato a scuola: imparava con
facilità le poesie perché gli piacevano quasi tutte quelle che a scuola
assegnavano da imparare a memoria come compito per casa.
Infine
provò ad immaginare che cosa succede durante un’operazione chirurgica, dato che
nessuno gli aveva mai detto niente e lui non sapeva nulla in proposito: sperava
solo che nel tagliarlo, anche se non sapeva né dove né come, non gli avessero procurato
tanto dolore fisico. Poi cercava d’immaginare con quali attrezzi lo avrebbero
tagliato, cosa gli avrebbero fatto dentro e con quale tecnica gli avrebbero
permesso, dopo l’intervento, di
camminare meglio di come camminava prima dell’intervento.
I suoi
compagni di camerata gli avevano anche detto che prima dell’operazione viene
fatta l’anestesia, e che chi viene operato viene prima addormentato, quindi non
si prova dolore durante l’operazione. Solo al risveglio sarebbe stata dura, e
questo un po’ lo rincuorava in quel momento di attesa che stava vivendo: a
pensare al dopo c’era sempre tempo.
Sperava
che almeno gli avessero praticata l’anestesia giusta, da non doversi svegliare
durante l’operazione, vedere il suo sangue scorrere, non poter stare fermo per
il dolore e, magari involontariamente, ostacolare l’opera del chirurgo.
Tutti
questi pensieri gli passavano per la testa mentre, in quello stanzone,
pazientemente aspettava senza sapere chi, perché e per quanto tempo.
E non
c’era nemmeno un orologio da consultare per sapere quanto ne passava di tempo:
continuava a rimanere lì solo, senza che nessuno gli dicesse nulla.
Dopo un
tempo indeterminato, silenziosamente, si materializzò una figura umana che
indossava un camice bianco, il capo e la bocca protetti da una mascherina
bianca, che venne verso di lui e, senza dire nulla, cominciò a spingere decisamente
la barella: oltrepassando un separé Mario capì che era quello che gli impediva
di vedere la porta d’ingresso della sala operatoria.
Improvvisamente
si trovò al centro di questa sala, con una enorme lampada luminosa sopra la testa
e molte facce coperte da una mascherina di cotone bianco che lo guardavano senza
parlare e senza nessun apparente interesse verso di lui.
Sentì delle
mani che lo spostavano di peso dalla barella sulla quale era rimasto coricato
fino a quel momento al tavolo operatorio, mentre altre mani facevano scivolare
la barella fuori della sala ed altre ancora prendevano le sue braccia e la sua
gamba sinistra e li legavano al tavolo operatorio con delle cinghie mentre,
contemporaneamente, gli veniva calata sulla faccia una mascherina sopra la quale
veniva versato un liquido che esalava un vapore infernale che gli toglieva il
respiro. Sentì la sua voce gridare :
-
“Aiuto,
ma cosa mi fate? Mi manca il respiro, soffoco!”
Poi la notte
scese su di lui e non avvertì più nulla.
Più
avanti negli anni scoprì che a quel tempo la mutua passava l’intervento che
comprendeva l’anestesia totale usando etere e cloroformio: si poteva già avere,
in alternativa, l’anestesia a mezzo iniezione intramuscolare, che era
sicuramente meno fastidiosa, ma c’era un piccolo supplemento da pagare.
Probabilmente questa opportunità fu prospettata alla mamma la quale, con
altrettanta probabilità non capì, dato che lei, anche se non voleva ammetterlo,
ed in modo particolare con i figli, non sempre capiva tutto quello che le
veniva detto.
Oppure
aveva finto di non capire, dato che questo comportamento lo metteva istintivamente
in funzione nelle circostanze in cui le veniva prospettato l’eventualità di
spendere soldi dei quali quasi mai disponeva.
Anche in
quella circostanza a Mario ritornò l’incubo del sogno di sempre: nel periodo in
cui fu sotto l’effetto dell’anestesia, infatti, all’inizio gli sembrava di
precipitare dentro il solito abisso ai lati del quale c’erano due pareti di
cemento perpendicolari lisce, senza appigli e la cui fine non si raggiungeva
mai. Mano a mano che precipitava il senso di vertigine aumentava, il cuore gli si
stringeva e, quando gli sembrava di essere arrivato al limite della
sopportazione, aveva un sussulto. Smetteva di precipitare, rimaneva sospeso nel vuoto ed il sogno finiva
lì.
Durante
l’operazione, dopo il sogno iniziale e la sensazione di precipitare, non provò
nient’altro se non un buco nero.
Verso le
tre del pomeriggio si svegliò: i bambini vicini di letto gli dissero che lo
aveva svegliato l’infermiera che lo aveva riportato in corsia in barella con
una serie di ceffoni, ma lui non aveva avvertito nessuna sensazione da quei
ceffoni.
Aveva la
bocca impastata e la lingua gonfia al punto che non riusciva a spiaccicare una
parola e non aveva tanta voglia di emergere dal torpore in cui si trovava
nonostante l’infermiera cercasse bruscamente di riportalo alla realtà facendolo
parlare. Mario la guardava con il suo sguardo strabico, con l’occhio sinistro
che guardava per conto suo e, naturalmente, l’infermiera guardò da quella parte
per vedere cosa stesse guardando Mario. Lui chiuse gli occhi perché a quel
punto non sapeva cosa fare ma lei lo prese per una mano e gli disse :
- “Oh,
giovanotto, sto parlando a te, mi senti?”
Questa
volta Mario aprì solo l’occhio destro, cioè quello che ci vedeva, e con quello guardò
l’occhio sinistro dell’infermiera e fece cenno di sì con la testa.
-
“Ti
senti bene? Hai bisogno di qualcosa?” Riprese a chiedere l’infermiera e Mario
rispose:
-
“Voglio
la mia mamma” con una voce così impastata che neanche lui riconobbe come la
sua. L’infermiera chiese alle colleghe se era stata avvisata la famiglia di
Mario e una di quelle disse che la mamma le aveva dato i soldi per il telegramma
e che, smontata dal servizio, sarebbe andata a farlo.
Improvvisamente
Mario avvertì una botta di dolore che, dalla testa, gli attraversò tutto il
corpo ed andò a scaricarsi, con la velocità di un fulmine, sulla gamba destra: fece
una smorfia, resistette, deglutì come e quello che poteva e non disse nulla.
L’infermiera
era ancora ai piedi del suo letto: stava scrivendo qualcosa su una cartellina
mentre chiacchierava con una sua collega che nel frattempo stava facendo una
medicazione ad un bambino vicino al letto di Mario. Finito di scrivere sulla
cartellina la richiuse e se ne andò dicendo a Mario di non muoversi dal letto.
Mario chiese un po’ d’acqua perché aveva la lingua impastata e l’infermiera
rispose che gliela avrebbe portata, ma se ne dimenticò. Oppure non poteva
ancora bere, e per quel motivo non gli fu portata l’acqua.
Rimasto
solo si guardò un po’ attorno e vide che nel suo letto c’era una specie di
gabbia che teneva sollevati lenzuolo e copriletto bianco all’altezza del suo
piede destro ed alzò il lenzuolo per vedere cosa gli avessero combinato: vide la sua gamba destra ingessata fino alla
coscia con una chiazza di sangue che rosseggiava sul bianco del gesso
all’altezza dell’alluce ed un groppo gli salì alla gola. Gli occhi erano lucidi
di pianto che era lì pronto per uscire quando arrivò un’altra infermiera che
gli diede un termometro da mettere sotto l’ascella: dopo un quarto d’ora
ritornò, si fece restituire il termometro, scrisse qualcosa sulla cartellina ai
piedi del letto di Mario e se ne andò senza dire nulla.
Intanto
il dolore postumo dell’operazione cominciava ad affiorare con tutta la sua
devastante ferocia e Mario aveva cominciato a piangere ormai senza freni: si
sentiva solo come mai lo era stato in vita sua prima di allora, con l’aggravante
del dolore fisico causato delle ferite dell’operazione che non riusciva a sopportare,
accaldato e sudato per la febbre, impotente e disperato.
Aveva
sete ma non sapeva a chi avrebbe potuto chiedere se, quando e quanto poteva
bere, non sapeva come avrebbe potuto soddisfare ai bisogni corporali e lavarsi
rimanendo a letto e quando avrebbe potuto riprendere a mangiare o, almeno, a
bere. Ma nessuno gli diceva nulla. Nemmeno per quanto tempo, presumibilmente,
sarebbe durato il dolore postumo dell’operazione. Gli parve di non avere altro attorno
a sé che non fossero solitudine e dolore.
Verso
sera passarono a distribuire la cena: l’infermiera guardò la distinta che
aveva, saltò il letto di Mario e non gli disse nulla, e lui, a sua volta, non
ebbe il coraggio di chiedere nulla. Alla solita ora della sera spensero le luci
del corridoio: le ferite alla gamba destra continuavano a fare molto male e lui
continuava a piangere sommessamente e, ogni tanto, si assopiva. Nel frattempo gli
avevano portato due mezzi bicchieri d’acqua tiepida che lui aveva subito, avidamente,
bevuto. Gli avevano anche detto che, fino all’indomani, non avrebbe potuto bere
più niente. Sperava che la notte gli avrebbe portato un po’ di sollievo, magari
lasciandolo dormire un po’.
Non
sapeva nemmeno quali parti della gamba fossero state operate, dato che a lui
mai nessuno diceva nulla, nemmeno di cose che lo riguardavano direttamente.
Solo due
mesi dopo l’operazione, appena gli fu levato il gesso, scoprì che l’operazione
alla quale era stato sottoposto consisteva nella fioccatura, cioè nell’incisione
chirurgica a mezzo bisturi, di due tendini e precisamente del tendine di
Achille e del tendine estensore dell’alluce: e ci voleva tanto a dirlo?
Sembrava un segreto di stato al quale tutti avevano diritto di accesso tranne
l’interessato, cioè lui, che dovette accorgersi di cosa gli avevano fatto dalle
cicatrici che gli erano rimaste dopo l’incisione, i segni dei buchi lasciati
dagli aghi che avevano forato la pelle per cucirla ed i segni del filo che
avevano usato per cucire le ferite dopo l’operazione. E di tutto questo si
accorse, ripeto, quando gli fu tolto il gesso, cioè due mesi dopo essere stato
sottoposto all’intervento chirurgico.
Il giorno
seguente l’intervento, nella prima mattina, un morso di dolore lo svegliò e, al
risveglio, si trovò la mamma vicina, e quella vicinanza fece si che il dolore
gli si attenuasse subito: per prima cosa si fece raccontare tutte le ultime
notizie di casa. Non si ricordava di una coccola o di una parola dolce della
mamma nemmeno da piccolo, ma in quella circostanza, anche se continuò a non
ricevere né coccole né parole di consolazione, fu ugualmente felice di vederla.
A casa avevano
ricevuto il telegramma nel tardo pomeriggio del giorno in cui era stato spedito
e la mamma, che lo aspettava, da qualche giorno aveva preparato la borsa dentro
la quale aveva messo anche i soldi del biglietto del treno.
Era
riuscita a prendere l’ultimo treno della sera ed era arrivata alla stazione di
Bologna a notte inoltrata: a quell’ora non c’erano più tram né vigili a cui
chiedere informazioni e lei, mentre si stava rassegnando ad aspettare in
stazione il primo tram della mattina, si era avvicinata ad un tassista per
chiedere la strada per andare San Michele in Bosco.
-
“Che
cosa andate a fare a San Michele in Bosco a quest’ora di notte, sposa?” chiese il tassista alla mamma piegando il
giornale che stava leggendo e guardandola fissa negli occhi. San Michele in Bosco, a quei
tempi, di notte, era anche il posto dove stazionavano le prostitute in attesa
dei clienti.
-
“Oggi
hanno operato mio figlio di sette anni al Rizzoli, e vado ad assisterlo” rispose
la mamma guardandolo altrettanto fisso negli occhi.
Nel
frattempo arrivò un signore che chiese :
-
“E’
libero questo taxi?” ed il tassista rispose:
-
“Certo
signore per servirla, dove vi debbo portare?”
Il
cliente disse una località di Bologna proprio vicina al Rizzoli.
-
“Salite
davanti sposa” disse il tassista rivolto alla mamma “Vi porto dal vostro
bambino all’ospedale”.
-
“Ma io non ho soldi e non mi posso permettere
di prendere il taxi” disse la mamma che sapeva di avere i soldi contati per il
biglietto di ritorno del treno più qualche spicciolo per prendere l’autobus nel
caso avesse dovuto ricorrere all’ospitalità dei cugini di Bologna.
- “Io vi ho forse chiesto qualcosa?” Ribatté il
tassista rivolto alla mamma, “Forza salite davanti che si parte” e fece
accomodare il cliente dietro e la mamma davanti, a fianco al posto di guida.
Il
tassista portò prima il cliente a destinazione e poi scaricò la mamma davanti
al reparto bambini del Rizzoli e lei, al momento di scendere, disse al
tassista:
-
“Non
ho parole per ringraziarvi, senza di voi non so come avrei fatto”.
Ed il
tassista rispose:
-
“Non
vi preoccupate sposa, in fin dei conti il servizio io l’ho fatto lo stesso e
poi, sapete, ho anch’io dei figli che spero non si trovino mai nelle condizioni
del vostro. Ma, nel caso vi si trovassero, sarei contento che qualche altro si
comportasse con mia moglie come io mi sono comportato ora con voi. Auguri per
il vostro bambino sposa”.
E si allontanò
col suo taxi nella notte primaverile. .................................
Visto che c'è poco da stare allegri? Ciao, alla prossima.
Cordialità a tutti.
Modificato da marinotunger il 12 February 2010 alle 09:21
__________________ marinotunger
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