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 DISABILIFORUM : Artisti
Oggetto Discussione: LE STORIE DI VITA DEI DISABILI Posta RispostaInserisci Nuova Discussione
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marinotunger
Re - Regina del Forum di Disabili.com
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Postato: 20 January 2010 alle 10:12 | IP Salvato Riporta marinotunger

in questo momento si tanno sprecando: per stare sul tema ho scritto anch'io un libro nel quale viene trattata, in chiave romanzesca (ed anche autobiografica), la disabilità.

Qui di seguito ve ne propongo uno stralcio per verificare se vi piace.

                                        ..................

Eravamo a giugno del ’47 e finalmente venne il giorno della visita del professore il quale, appena vide entrare Mario nel suo ambulatorio zoppicando, disse ai colleghi in camice bianco che erano con lui:

-          “Qualcuno di voi mi faccia la diagnosi della patologia di questo bambino che sta  entrando”.

Nessuno però azzardava qualcosa lamentando, ad esempio, il fatto che sarebbe stata necessaria una radiografia, una visita dettagliata e degli esami accurati per formulare una diagnosi, al che il professore sbottò sconsolato:

-          “Ma nessuno di voi si è accorto che questo bambino ha avuto la poliomielite?”

Dopo aver fatto spogliare e visitato velocemente il bambino, il professore si fece raccontare dalla mamma cos’era successo e le diagnosi che i colleghi avevano fatto prima di lui: ogni tanto sorrideva o si arrabbiava a seconda di quanto gli veniva riferito. Alla fine scosse la testa e fece per uscire dalla stanza:

-          “Scusi la mia ignoranza dottore” chiese la mamma, “che cos’è la poliolite?”

-          “Non poliolite ma poliomielite buona donna” disse il professore rivolto alla mamma: ”viene così definita la paresi, o paralisi infantile, che colpisce certi ragazzi fino all’età media di diciotto anni”.

-          “Mi scusi ancora dottore” replicò la mamma ”ho già detto che sono ignorante. Ma come si guarisce da quella cosa lì? Si può fare qualcosa per rimediare?”

-          “Dalla poliomielite, o polio per essere più brevi, non si guarisce cara mia”, disse con tono serissimo  il professore, ”chi l’ha avuta se la tiene, e non esiste a tutt’oggi nessun rimedio né a livello di prevenzione né a livello di cura. Tornate fra sei mesi così potrò controllare il decorso della malattia. E, per carità, non ingessate la gamba del bambino: ha già avuto abbastanza guai per conto suo, non gliene procurate altri”.

Detto questo, senza aggiungere altro e seguito da altre persone in camice bianco, uscì dalla stanza.

La mamma restò sola con Mario in quella stanza e capì che doveva tornarsene a casa: avrebbe avuto un milione di cose da chiedere, ma ai poveri nessuno dava retta, nessuno dava loro delle spiegazioni, perché non avevano soldi né altro da dare in cambio e poi... siccome “la tempesta è di chi la prende ed il male di chi ce l’ha”, Mario, a poco più di quattro anni, cominciò a provare sulla propria pelle il sinistro significato di quel proverbio.

A Mario spiaceva moltissimo che la mamma fosse così arrabbiata per causa sua: avrebbe voluto fare o dire qualcosa per rendere quel momento meno drammatico, ma non sapeva da che parte cominciare. E soprattutto non capiva quale tipo di colpa si potesse attribuirgli per quello che gli era successo e per le relative conseguenze. Ma la regola che i bambini non potevano parlare vigeva anche in quel caso.

Tornando a casa la mamma sospirava lungo il tragitto: il primo pensiero che riuscì a realizzare Mario fu che per almeno sei mesi, come aveva detto il professore, non si doveva più andare per ospedali, e questo lo rincuorava perché andare dentro e fuori dagli ospedali non era proprio il massimo della felicità per lui. Anche e soprattutto perché, se da una parte l’oggetto delle attenzioni in queste visite era lui, a lui non veniva mai detto niente e, se provava a dire qualcosa aveva due possibili risposte: una sberla (o uno scappellotto) oppure la solita risposta di prammatica:

-          “Tu stai zitto, sei un bambino, non sai e non capisci niente”.

Il guaio più grosso era che, nonostante la tenera età, Mario capiva certamente più dei grandi quello che gli stava succedendo e, cosa ancora più grave, il più delle volte intuiva anche che era la mamma che non sempre capiva esattamente tutto quello che le dicevano i medici a proposito di quello che stava succedendo a lui. Avrebbe voluto ribattere qualcosa in certe circostanze, in particolare quando si trattava di cose che riguardavano lui, ma non osava perché rischiava di ottenere le solite due sanzioni, cioè la sberla o l’ingiunzione a stare zitto. In certi casi succedeva che la sanzione prevedeva tutte e due le opzioni.



Cordialità a tutti.


Modificato da marinotunger il 31 January 2010 alle 09:56


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marinotunger
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marinotunger
Re - Regina del Forum di Disabili.com
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Postato: 21 January 2010 alle 05:30 | IP Salvato Riporta marinotunger

MI VENGONO DA TRARRE

alcune considerazioni alternative in merito all'argomento trattato nel presente post che potrebbero essere:
  1. La questione della disabilità, così com'è impostata da me, interessa a pochi;
  2. La sezione del forum su cui ho postato l'argomento non è quella giusta (ma non mi sembrava coerente postare su amici);
  3. I disabili che frequentano il forum ne hanno già abbastanza delle loro disabilità senza sciropparsi anche la descrizione di quelle degli altri;
  4. Ormai la disabilità è diventata un avvenimento così banalmente quotidiano da non fare più notizia e da non destare nemmeno il benchè minimo interesse;
  5. .....
Cordialità a tutti.


Modificato da marinotunger il 11 February 2010 alle 05:10


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marinotunger
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paoluccia
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Postato: 25 January 2010 alle 04:25 | IP Salvato Riporta paoluccia

forse hai dimenticato anche la non conoscenza in materia all'argomento.io l'ho visto adesso il tuo post.anche a me piace molto scrivere racconti uno dei quali potrebbe essere una mia autobiografia.forse finora non hai trovato persone interessate al caso....

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paola50000
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marinotunger
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Postato: 27 January 2010 alle 13:27 | IP Salvato Riporta marinotunger

CIAO PAOLUCCIA

grazie dell'interesse a quanto da me scritto, che mi gratifica non poco: non si può più dire, a questo punto, che il mio racconto non interessa a nessuno. Tu almeno hai letto e mi hai detto qualcosa, e di questo ti ringrazio nuovamente.

Ciò premesso, pensavo che i disabili che frequentano il forum fossero parecchi: magari ho ragione a pensare questo. Va da se, quindi, che nemmeno quella parte di frequentatori del forum portatori di disabilità sono interessati a questo tipo di racconti.

A giudicare dal numero delle visite sembrava che un certo interesse ci fosse, però questo non significa, necessariamente, che sia un interesse che sottointende almeno un cenno di critica.

Della serie : ho letto, non m'interessa, (forse, grazie), non vale nemmeno la pena di postare un intervento nel merito.

Ed anche questa è una risposta della quale, in ogni caso, ringrazio.

Cordialità a tutti.


Modificato da marinotunger il 29 January 2010 alle 05:13


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Marachella
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Postato: 10 February 2010 alle 15:37 | IP Salvato Riporta Marachella

Ciao Marino... racconto interessante... l'ho letto attentamentee devo dire  che sei bravo a scrivere, mi piace il modo di scrivere descrittivo... descrittivo dei pensieri e dello stato d'animo dei protagonisti dei racconti... Forse un po' ripetitivo in alcuni passaggi ma comunque che non appesantisce il racconto.

Se posso descriverti il mio primo pensiero e sensazione dopo averlo  

 

letto... Mi ha commosso il tuo senso di impotenza, che mi ha commossa, senso cherisalta fin da subito rivolto non come si potrebbe pensare alla tua disabilità ma bensì alla tua giovane età e la rigidità mentale di un modo di educare e non considerare i bambini come esseri in grado di comprendere concetti.

 

In breve Marino, essendo il tuo racconto biografico mi sembra di scorgere maggiormente una sofferenza maggiore non data dalla tua disabilità o malattia ma ti infastidiva e ti faceva soffrire maggiormente il tuo essere bimbo... Bimbo che in quanto tale non aveva considerazione perchè, secondo l'adulto non capisce niente! ecco.. questo aspetto mi ha colpito maggiormente...

 

Nel mio caso invece... un grave, gravissimo problema di vista non considerato dai genitori e anche non accettato mi ha portata incosciamente a nascondere l'handicap e le mie difficoltà con il risultato che non chiedevo mai aiuto perchè così mi era stato insegnato...

 

saluti...



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Monica
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marinotunger
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Postato: 11 February 2010 alle 04:34 | IP Salvato Riporta marinotunger

CIAO MONICA

grazie dell'interessamento e dell'intervento.

Hai ragione, certe volte sono ripetitivo: in alcuni casi questo avviene inconsciamente, in altri casi volutamente.

Prima di tutto cerco di essere descrittivo, dal momento che alla gente, se vuoi che mangi, devi mettere davanti un piatto, oltre che appetitoso, anche facile da digerire.

Credo che tu abbia colto nel segno quando parli di impotenza, a volte rabbiosa, di un bambino di fronte alla disabilità: che diventa ancora più rabbiosamente impotente quando il bambino in questione si rende conto di dover vivere tutto il resto della propria vita chiuso in una gabbia, con lo sportello aperto ma senza la possibilità di volare fuori dato che, con un'ala inservibile, precipiterebbe al suolo schiantandosi.

Credo sia necessario descrivere anche queste sensazioni di vita vissuta, questi stati d'animo, affinchè si sappia che esistono anche altre dimensioni di vita oltre a quelle (cosiddette) normali.

Senza ostentazioni, senza chiedere sconti, senza tentativi di scatenare pietismi (che nè io nè te nè altri vogliamo che il nostro prossimo provi per noi).

Solo per amore della verità, oltre che della conoscenza.

Cordialità a tutti.


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marinotunger
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Postato: 11 February 2010 alle 04:41 | IP Salvato Riporta marinotunger




Modificato da marinotunger il 11 February 2010 alle 09:41


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deambulante51
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Postato: 11 February 2010 alle 05:19 | IP Salvato Riporta deambulante51

Si dice che per sapere se un libro piace,deve coinvolgere il lettore sin dalla prima pagina.
Come inizio e'interessante e coinvolgente per me.
Ti invito a continuare,augurandoti di mantenere questa vena narrativa,sarei curioso di leggerti di piu'.


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Domani è il primo giorno del resto della mia vita
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marinotunger
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Postato: 11 February 2010 alle 06:10 | IP Salvato Riporta marinotunger

CIAO DEAMBULANTE,

grazie de''interessamento e dell'intervento.

Sono anche gli apprezzamenti come il tuo che danno lo stimolo per andare avanti e continuare.

Il libro l'ho già scritto e quello che ho postato è solo un capitolo: se continua l'interesse non è detto che non posti anche qualcos'altro.

Di nuovo grazie, ciao, alla prossima.

Cordialità a tutti.


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deambulante51
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Postato: 11 February 2010 alle 06:28 | IP Salvato Riporta deambulante51

Pensi di darlo alle stampe?.

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Postato: 11 February 2010 alle 09:38 | IP Salvato Riporta marinotunger

CIAO DEAMBULANTE, PER LA VERITA'

ci sto provando, ma la ricerca di un editore serio non è una cosa da poco. Ci sono in giro molti che si fanno chiamare Editori i quali, in realtà, sono dei Tipografi che ti propongono il solito giochetto tipo:
  • Il tuo libro è un'opera d'arte che si può vendere benissimo ad un prezzo di copertina di 15 Euro: se vuoi te lo stampiamo noi a patto che tu ci compri 200 copie...

Fatti due conti scopro che, per stampare il libro, me lo devo prima pagare: per dirla con parole che possa capire pure io, per vedere il mio nome stampato sulla copertina del libro dovrei pagare 3.000 Euro, e non lo reputo un buon affare.

Nel frattempo ho mandato il manoscritto del sopraccitato libro al Premio Letterario Calvino di Torino. Se non ne uscirà nulla e, se nel frattempo non avrò trovato un Editore, farò stampare il libro per conto mio e lo metterò in vendita ad un prezzo inferiore a quello proposto dal primo tipografo che mi ha risposto.

Interessante sarà il fatto che, almeno, potrò allegare alla stampa del libro la critica che mi faranno quelli della giuria del sopraccitato premio.

In ogni caso, a stampa avvenuta, lo pubblicizzerò anche sul sito.

Grazie dell'interessamento, ti terrò aggiornato.

Cordialità a tutti.




Modificato da marinotunger il 11 February 2010 alle 09:52


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Marachella
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Postato: 11 February 2010 alle 10:16 | IP Salvato Riporta Marachella

Marino... sono davvero curiosa e quindi spero davvero che tu riesca a pubblicarlo (sorriso)... Non dimenticarti degli orbetti sarebbe carino poterne avere anche copia  in formato digitale (sorriso)... grazie ed attendiamo di leggerlo...

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marinotunger
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Postato: 11 February 2010 alle 11:00 | IP Salvato Riporta marinotunger

CIAO MONICA,

hai fatto bene a ricordarmi che, fra le forme di disabilità possibili, c'è anche l'ipovisione: sarà mia cura postare da qualche parte anche il libro in formato digitale. Naturalmente dopo la stampa in cartaceo.

Cordialità a tutti.


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deambulante51
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Postato: 11 February 2010 alle 11:36 | IP Salvato Riporta deambulante51

Posso suggerire di poterne stampare pure in "Corpo Sedici".
Si chiama cosi' perche' e' un carattere di stampa maggiorato rispetto ai caratteri usati di consuetudine e,viene usato appositamente per le persone che faticano a leggere e con questo " Corpo Sedici" risolvono.
Si trovano pure nelle librerie e nelle Biblioteche.


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Marachella
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Postato: 11 February 2010 alle 14:05 | IP Salvato Riporta Marachella

Grazie Marino... Gentilissimo io se vuoi quando sarà, potrei attivarmi con la bibblioteca per ciechi o di Brescia o di Monza a fare diventare il libro anche un audio libro letto per i ciechi da un lettore...

 

Vabbhè, poivedremo in futuro ... se sono rose fioriranno... (sorriso)..

 

Ma un altro piccolo pezzettino postato qui, sarebbe possibile??? (sorriso)

 

... sai, la curiosità si dice sia femmina... (sorriso)



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marinotunger
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Postato: 12 February 2010 alle 05:21 | IP Salvato Riporta marinotunger

CIAO MONICA,


visto che il tuo spirito masochistico ti spinge a chiedere di leggere un altro capitolo del mio (diciamo) libro eccoti accontentata (prepara dei fazzolettini di carta per le eventuali lacrime)...

..........................................

LINTERVENTO CHIRURGICO

 

Ed anche quel giorno venne: Mario se ne accorse perché quella mattina, poco prima che portassero la colazione, arrivò la barella che si fermò ai piedi del suo letto ed il barelliere gli disse di salirci sopra perché doveva portarlo a fare una visita, ma Mario capì che si trattava dell’intervento.

La prima sensazione che provò fu un urlo di ribellione che però gli rimase dentro: successivamente provò un’incontenibile voglia di scappare (ma come e dove se non sapeva né correre né dove andare?), poi arrivò un senso di abbattimento e di torpore, forse dovuto all’iniezione di pre - anestesia che gli fece un’infermiera che gli si era avvicinata mentre lui saliva sulla barella.

Quando la barella passò dal corridoio davanti alla sala giochi vide alcuni suoi compagni di camerata che avevano già fatto colazione e che stavano formando la solita comitiva per giocare, ma girò la testa per non far vedere gli occhi pieni di lacrime, ed in cuor suo sperò che nessuno si accorgesse del suo passaggio. Eppure sapeva che, come lui guardava gli altri passare, anche gli altri avevano guardato lui, così come sapeva che, anche se si guardava chi passava di soppiatto, distrattamente, si provava la sensazione liberatoria di chi pensa:

-                       “Anche per oggi è andata bene: non è toccato a me”.

Il portantino procedeva speditamente spingendo la barella attraverso corridoi che Mario non aveva mai visto ed arrivarono in breve tempo dentro uno stanzone dove c’erano altre barelle vuote: parcheggiò barella e Mario in quello stanzone fra altre barelle vuote, lo lasciò lì solo e se ne andò senza dire niente.

Perse le cognizione del tempo che trascorse su quella barella: non sapeva dove fosse, né perché lo avessero portato in quel posto, né per quanto tempo avrebbe dovuto aspettare, né chi o cosa dovesse aspettare, anche se continuava a pensare che, quella mattina, avrebbe dovuto subire l’intervento chirurgico.

Dal punto in cui era parcheggiato non poteva vedere nulla perché attorno a lui c’erano dei separé di stoffa bianca mobili, di quelli che si usano nelle camerate degli ospedali quando si vuol visitare o medicare un paziente senza che gli altri pazienti vicini di letto vedano.

Ogni tanto dormicchiava, ma non poteva dormire saporitamente su quella barella perché era troppo piccola e ad ogni movimento rischiava di cadere.

Ogni tanto sentiva dei rumori provenire da un punto imprecisato, ma non poteva nemmeno cercare d’indovinare cosa fossero né da dove provenissero.

Non sapeva che cosa fare: recitò qualche preghiera raccomandandosi a S. Antonio da Padova che, gli avevano detto, era un santo molto buono e che sicuramente lo avrebbe aiutato in circostanze particolari. Lui non sapeva che cosa fosse una circostanza particolare, ma dedusse che probabilmente, quella stava vivendo in quel momento, lo era.

Poi provò a ripetere a memoria qualche poesia che aveva imparato a scuola: imparava con facilità le poesie perché gli piacevano quasi tutte quelle che a scuola assegnavano da imparare a memoria come compito per casa.

Infine provò ad immaginare che cosa succede durante un’operazione chirurgica, dato che nessuno gli aveva mai detto niente e lui non sapeva nulla in proposito: sperava solo che nel tagliarlo, anche se non sapeva né dove né come, non gli avessero procurato tanto dolore fisico. Poi cercava d’immaginare con quali attrezzi lo avrebbero tagliato, cosa gli avrebbero fatto dentro e con quale tecnica gli avrebbero permesso, dopo l’intervento,  di camminare meglio di come camminava prima dell’intervento.

I suoi compagni di camerata gli avevano anche detto che prima dell’operazione viene fatta l’anestesia, e che chi viene operato viene prima addormentato, quindi non si prova dolore durante l’operazione. Solo al risveglio sarebbe stata dura, e questo un po’ lo rincuorava in quel momento di attesa che stava vivendo: a pensare al dopo c’era sempre tempo.

Sperava che almeno gli avessero praticata l’anestesia giusta, da non doversi svegliare durante l’operazione, vedere il suo sangue scorrere, non poter stare fermo per il dolore e, magari involontariamente, ostacolare l’opera del chirurgo.

Tutti questi pensieri gli passavano per la testa mentre, in quello stanzone, pazientemente aspettava senza sapere chi, perché e per quanto tempo.

E non c’era nemmeno un orologio da consultare per sapere quanto ne passava di tempo: continuava a rimanere lì solo, senza che nessuno gli dicesse nulla.

Dopo un tempo indeterminato, silenziosamente, si materializzò una figura umana che indossava un camice bianco, il capo e la bocca protetti da una mascherina bianca, che venne verso di lui e, senza dire nulla, cominciò a spingere decisamente la barella: oltrepassando un separé Mario capì che era quello che gli impediva di vedere la porta d’ingresso della sala operatoria.

Improvvisamente si trovò al centro di questa sala, con una enorme lampada luminosa sopra la testa e molte facce coperte da una mascherina di cotone bianco che lo guardavano senza parlare e senza nessun apparente interesse verso di lui.

Sentì delle mani che lo spostavano di peso dalla barella sulla quale era rimasto coricato fino a quel momento al tavolo operatorio, mentre altre mani facevano scivolare la barella fuori della sala ed altre ancora prendevano le sue braccia e la sua gamba sinistra e li legavano al tavolo operatorio con delle cinghie mentre, contemporaneamente, gli veniva calata sulla faccia una mascherina sopra la quale veniva versato un liquido che esalava un vapore infernale che gli toglieva il respiro. Sentì la sua voce gridare :

-                       “Aiuto, ma cosa mi fate? Mi manca il respiro, soffoco!”

Poi la notte scese su di lui e non avvertì più nulla.

Più avanti negli anni scoprì che a quel tempo la mutua passava l’intervento che comprendeva l’anestesia totale usando etere e cloroformio: si poteva già avere, in alternativa, l’anestesia a mezzo iniezione intramuscolare, che era sicuramente meno fastidiosa, ma c’era un piccolo supplemento da pagare. Probabilmente questa opportunità fu prospettata alla mamma la quale, con altrettanta probabilità non capì, dato che lei, anche se non voleva ammetterlo, ed in modo particolare con i figli, non sempre capiva tutto quello che le veniva detto.

Oppure aveva finto di non capire, dato che questo comportamento lo metteva istintivamente in funzione nelle circostanze in cui le veniva prospettato l’eventualità di spendere soldi dei quali quasi mai disponeva.

Anche in quella circostanza a Mario ritornò l’incubo del sogno di sempre: nel periodo in cui fu sotto l’effetto dell’anestesia, infatti, all’inizio gli sembrava di precipitare dentro il solito abisso ai lati del quale c’erano due pareti di cemento perpendicolari lisce, senza appigli e la cui fine non si raggiungeva mai. Mano a mano che precipitava il senso di vertigine aumentava, il cuore gli si stringeva e, quando gli sembrava di essere arrivato al limite della sopportazione, aveva un sussulto. Smetteva di precipitare,  rimaneva sospeso nel vuoto ed il sogno finiva lì.

Durante l’operazione, dopo il sogno iniziale e la sensazione di precipitare, non provò nient’altro se non un buco nero.

Verso le tre del pomeriggio si svegliò: i bambini vicini di letto gli dissero che lo aveva svegliato l’infermiera che lo aveva riportato in corsia in barella con una serie di ceffoni, ma lui non aveva avvertito nessuna sensazione da quei ceffoni.

Aveva la bocca impastata e la lingua gonfia al punto che non riusciva a spiaccicare una parola e non aveva tanta voglia di emergere dal torpore in cui si trovava nonostante l’infermiera cercasse bruscamente di riportalo alla realtà facendolo parlare. Mario la guardava con il suo sguardo strabico, con l’occhio sinistro che guardava per conto suo e, naturalmente, l’infermiera guardò da quella parte per vedere cosa stesse guardando Mario. Lui chiuse gli occhi perché a quel punto non sapeva cosa fare ma lei lo prese per una mano e gli disse :

- “Oh, giovanotto, sto parlando a te, mi senti?”

Questa volta Mario aprì solo l’occhio destro, cioè quello che ci vedeva, e con quello guardò l’occhio sinistro dell’infermiera e fece cenno di sì con la testa.

-                       “Ti senti bene? Hai bisogno di qualcosa?” Riprese a chiedere l’infermiera e Mario rispose:  

-                       “Voglio la mia mamma” con una voce così impastata che neanche lui riconobbe come la sua. L’infermiera chiese alle colleghe se era stata avvisata la famiglia di Mario e una di quelle disse che la mamma le aveva dato i soldi per il telegramma e che, smontata dal servizio, sarebbe andata a farlo.

Improvvisamente Mario avvertì una botta di dolore che, dalla testa, gli attraversò tutto il corpo ed andò a scaricarsi, con la velocità di un fulmine, sulla gamba destra: fece una smorfia, resistette, deglutì come e quello che poteva e non disse nulla.

L’infermiera era ancora ai piedi del suo letto: stava scrivendo qualcosa su una cartellina mentre chiacchierava con una sua collega che nel frattempo stava facendo una medicazione ad un bambino vicino al letto di Mario. Finito di scrivere sulla cartellina la richiuse e se ne andò dicendo a Mario di non muoversi dal letto. Mario chiese un po’ d’acqua perché aveva la lingua impastata e l’infermiera rispose che gliela avrebbe portata, ma se ne dimenticò. Oppure non poteva ancora bere, e per quel motivo non gli fu portata l’acqua.

Rimasto solo si guardò un po’ attorno e vide che nel suo letto c’era una specie di gabbia che teneva sollevati lenzuolo e copriletto bianco all’altezza del suo piede destro ed alzò il lenzuolo per vedere cosa gli avessero combinato:  vide la sua gamba destra ingessata fino alla coscia con una chiazza di sangue che rosseggiava sul bianco del gesso all’altezza dell’alluce ed un groppo gli salì alla gola. Gli occhi erano lucidi di pianto che era lì pronto per uscire quando arrivò un’altra infermiera che gli diede un termometro da mettere sotto l’ascella: dopo un quarto d’ora ritornò, si fece restituire il termometro, scrisse qualcosa sulla cartellina ai piedi del letto di Mario e se ne andò senza dire nulla.

Intanto il dolore postumo dell’operazione cominciava ad affiorare con tutta la sua devastante ferocia e Mario aveva cominciato a piangere ormai senza freni: si sentiva solo come mai lo era stato in vita sua prima di allora, con l’aggravante del dolore fisico causato delle ferite dell’operazione che non riusciva a sopportare, accaldato e sudato per la febbre, impotente e disperato.

Aveva sete ma non sapeva a chi avrebbe potuto chiedere se, quando e quanto poteva bere, non sapeva come avrebbe potuto soddisfare ai bisogni corporali e lavarsi rimanendo a letto e quando avrebbe potuto riprendere a mangiare o, almeno, a bere. Ma nessuno gli diceva nulla. Nemmeno per quanto tempo, presumibilmente, sarebbe durato il dolore postumo dell’operazione. Gli parve di non avere altro attorno a sé che non fossero solitudine e dolore.

Verso sera passarono a distribuire la cena: l’infermiera guardò la distinta che aveva, saltò il letto di Mario e non gli disse nulla, e lui, a sua volta, non ebbe il coraggio di chiedere nulla. Alla solita ora della sera spensero le luci del corridoio: le ferite alla gamba destra continuavano a fare molto male e lui continuava a piangere sommessamente e, ogni tanto, si assopiva. Nel frattempo gli avevano portato due mezzi bicchieri d’acqua tiepida che lui aveva subito, avidamente, bevuto. Gli avevano anche detto che, fino all’indomani, non avrebbe potuto bere più niente. Sperava che la notte gli avrebbe portato un po’ di sollievo, magari lasciandolo dormire un po’.

Non sapeva nemmeno quali parti della gamba fossero state operate, dato che a lui mai nessuno diceva nulla, nemmeno di cose che lo riguardavano direttamente.

Solo due mesi dopo l’operazione, appena gli fu levato il gesso, scoprì che l’operazione alla quale era stato sottoposto consisteva nella fioccatura, cioè nell’incisione chirurgica a mezzo bisturi, di due tendini e precisamente del tendine di Achille e del tendine estensore dell’alluce: e ci voleva tanto a dirlo? Sembrava un segreto di stato al quale tutti avevano diritto di accesso tranne l’interessato, cioè lui, che dovette accorgersi di cosa gli avevano fatto dalle cicatrici che gli erano rimaste dopo l’incisione, i segni dei buchi lasciati dagli aghi che avevano forato la pelle per cucirla ed i segni del filo che avevano usato per cucire le ferite dopo l’operazione. E di tutto questo si accorse, ripeto, quando gli fu tolto il gesso, cioè due mesi dopo essere stato sottoposto all’intervento chirurgico.

Il giorno seguente l’intervento, nella prima mattina, un morso di dolore lo svegliò e, al risveglio, si trovò la mamma vicina, e quella vicinanza fece si che il dolore gli si attenuasse subito: per prima cosa si fece raccontare tutte le ultime notizie di casa. Non si ricordava di una coccola o di una parola dolce della mamma nemmeno da piccolo, ma in quella circostanza, anche se continuò a non ricevere né coccole né parole di consolazione, fu ugualmente felice di vederla.

A casa avevano ricevuto il telegramma nel tardo pomeriggio del giorno in cui era stato spedito e la mamma, che lo aspettava, da qualche giorno aveva preparato la borsa dentro la quale aveva messo anche i soldi del biglietto del treno.

Era riuscita a prendere l’ultimo treno della sera ed era arrivata alla stazione di Bologna a notte inoltrata: a quell’ora non c’erano più tram né vigili a cui chiedere informazioni e lei, mentre si stava rassegnando ad aspettare in stazione il primo tram della mattina, si era avvicinata ad un tassista per chiedere la strada per andare San Michele in Bosco.

-                       “Che cosa andate a fare a San Michele in Bosco a quest’ora di notte, sposa?”  chiese il tassista alla mamma piegando il giornale che stava leggendo e guardandola fissa  negli occhi. San Michele in Bosco, a quei tempi, di notte, era anche il posto dove stazionavano le prostitute in attesa dei clienti.

-                       “Oggi hanno operato mio figlio di sette anni al Rizzoli, e vado ad assisterlo” rispose la mamma guardandolo altrettanto fisso negli occhi.

Nel frattempo arrivò un signore che chiese :

-                       “E’ libero questo taxi?” ed il tassista rispose:

-                       “Certo signore per servirla, dove vi debbo portare?”

Il cliente disse una località di Bologna proprio vicina al Rizzoli.

-                       “Salite davanti sposa” disse il tassista rivolto alla mamma “Vi porto dal vostro bambino all’ospedale”.

-                        “Ma io non ho soldi e non mi posso permettere di prendere il taxi” disse la mamma che sapeva di avere i soldi contati per il biglietto di ritorno del treno più qualche spicciolo per prendere l’autobus nel caso avesse dovuto ricorrere all’ospitalità dei cugini di Bologna.

-         “Io vi ho forse chiesto qualcosa?” Ribatté il tassista rivolto alla mamma, “Forza salite davanti che si parte” e fece accomodare il cliente dietro e la mamma davanti, a fianco al posto di guida.

Il tassista portò prima il cliente a destinazione e poi scaricò la mamma davanti al reparto bambini del Rizzoli e lei, al momento di scendere, disse al tassista:

-                       “Non ho parole per ringraziarvi, senza di voi non so come avrei fatto”.

Ed il tassista rispose:

-                       “Non vi preoccupate sposa, in fin dei conti il servizio io l’ho fatto lo stesso e poi, sapete, ho anch’io dei figli che spero non si trovino mai nelle condizioni del vostro. Ma, nel caso vi si trovassero, sarei contento che qualche altro si comportasse con mia moglie come io mi sono comportato ora con voi. Auguri per il vostro bambino sposa”.

E si allontanò col suo taxi nella notte primaverile.

.................................

Visto che c'è poco da stare allegri? Ciao, alla prossima.


Cordialità a tutti.



Modificato da marinotunger il 12 February 2010 alle 09:21


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Postato: 12 February 2010 alle 09:58 | IP Salvato Riporta Marachella

Caro marino, inutile nascondere che è commovente bello il modo in cui ti poni diciamo un mix di sensazioni che hai realmente vissuto di cui ancora oggi vivamente ricordi e sicuramente sensazioni rielaborate con lo spirito critico di un adulto che si rivede da bambino.

Forse mi sbaglio in pieno sulla mia valutazione, per così dire, spicciola.

Però mentre ti leggevo la mia mente vagava scorgendo le similitudini con il vissuto di mio figlio, operato parecchie volte e ahimè non è ancora finita.

Riflettevo anche di come i tempi siano cambiati e come i bambini, oggi, riescono ad imporsi e a come mio figlio, pretendeva e voleva sempre in ogni circostanza di sapere ciò che gli sarebbe stato fatto.

Comunque credo che un buon libro debba suscitare curiosità e interesse ma che debba coinvolgere il lettore anche emotivamente... e questi brevi stralci del tuo libro con me ha funzionato. (sorriso)

Rimango quindi in attesa di poterlo leggere interamente, spero quindi che riuscirai a pubblicarlo al più presto!

saluti

 



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Postato: 12 February 2010 alle 10:33 | IP Salvato Riporta fradaga1

deambulante51 scritto:
Pensi di darlo alle stampe?.

 

per me farebbe prima a darlo al macero...faccina: Schiattata di risate 

 

scherzo marino..faccina con sorriso devo leggerlo a tappe perche' dopo tre righe m'abbiocco..faccina: Schiattata di risate

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Postato: 12 February 2010 alle 11:55 | IP Salvato Riporta Colpo_Doppio

STAI ZITTO TU CHE SEI UN BAMBINO! ricordo, ricordo....

A quei tempi i bambini erano tutti disabili mentali, anche quelli normo...



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Postato: 12 February 2010 alle 12:02 | IP Salvato Riporta marinotunger

GRAZIE PER GLI APPREZZAMENTI

che sono, per me, una prima forma di gratificazione.

I ricordi della vita non possono essere registrati tutti: restano quelli che ci hanno impressionato (che hanno cioè lasciato una impressione grossa) nella nostra mente. Anzi, a volte, qualcuno di questi ricordi, anche se non li si vuole, restano dentro di noi e non se ne vogliono andare, nemmeno se glielo chiedi per favore.

E sono così azzeccati che, per quanto tenti di toglierteli di dosso, anche con la forza, non se ne vanno: anzi, a volte, a volerli togliere con la forza finisci col farti male, senza ottenere nessuno risultato. Tanto non se ne vogliono andare.

Ma non fateci caso, sono divagazioni da fine settimana...

Spero, entro l'anno, di riuscire a fare qualcosa per la stampa del (libro).

Grazie ancora.

Cordialità a tutti.


Modificato da marinotunger il 12 February 2010 alle 12:49


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